Stampatori e librai, una storia lunga 545 anni
Tra editori precoci, avveduti mercanti ed abili girovaghi, la cronaca e le ragioni di una passione per il libro che dura in Lunigiana da oltre cinque secoli.
Ormai non c'è più dubbio: l'inizio dell'attività libraria in Lunigiana ha una data precisa.
E' il 16 marzo 1458 quando Franchino di Giovanni da Culiano ottiene da Petrizolo Anziani di Pontremoli un prestito di 27 lire, 7 soldi e 4 denari genovesi per l'acquisto di una partita di merce necessaria al primo "mercatum tomorum" della storia pontremolese. 1
Nasce così, a nemmeno due anni dall'invenzione della stampa a caratteri mobili, una attività che si perpetua ininterrottamente da oltre cinque secoli.
Un primato invidiabile che, al di là di ogni altra esperienza a livello europeo, testimonia l'importanza commerciale di una piazza come Pontremoli.
Fino al 1456, quando esce ufficialmente dalla bottega di Johan Fust di Magonza la prima edizione della Bibbia a 42 linee di Giovanni Gensfleisch di Gutenberg, in Italia e in tutto il resto d'Europa i libri come intendiamo oggi non esistevano ancora.
Esisteva invece, e da non più di 17/18 anni, una limitata produzione di stampa a carattere popolare, fatta di carte da gioco, almanacchi, calendari, la celebre grammatica del Donato e qualche libro di Salmi; produzioni non di pregio, sovente grossolane, ma utili alla edificazione dei fedeli, al divertimento del popolo e alla istruzione dei chierici poveri.
Si chiamavano libri chiroxilografici e contenevano illustrazioni stampate con un'unica matrice di bosso con l'aggiunta di parti manoscritte senza eccessive pretese estetiche.
Certamente con un bagaglio di quel genere, l'intraprendente mercante di San Giuliano Milanese si presentò sulla piazza di Pontremoli richiamato a questo importante crocevia dalla possibilità di un facile guadagno.
Fu un tentativo coraggioso e lungimirante perché in nemmeno un trentennio il settore raggiunse una espansione produttiva inimmaginabile.
Dal 1456 alla fine del secolo un migliaio di stampatori operanti in 254 centri in tutta Europa produssero non meno di 40.000 edizioni per un totale complessivo non inferiore ai 24 milioni di volumi.
In Italia, la stampa a caratteri mobili giunge nel 1464 ad opera di Corrado da Sweinheim e di Arnaldo Pannartz, due chierici tedeschi chiamati a Subiaco dal cardinale Torquemada, sollecitato dai risultati del Gutenberg. E fin da subito il nuovo modo di diffondere la cultura non passa inosservato in val di Magra dove, accanto all'esperienza commerciale si sviluppa quella editoriale e tipografica.
In Lunigiana la stampa fa il proprio ingresso nel 1471, quando Jacopo da Fivizzano, prima da solo, poi in unione con il figlio Alessandro e il prete Battista, mette alle stampe almeno una decina di titoli, dapprima in Fivizzano e poi in Venezia, dove trasferirà i torchi di lì a tre anni. A Fivizzano escono le Bucoliche, le Georgiche e l'Enea di Virgilio, il De officiis, il Lelio ed il Catone maggiore di Cicerone (1472), una Vita della Vergine Maria di Cornazzano (1473), le Satire di Giovenale (1473), la Congiura di Catilina di Sallustio (1474).
L'eco dell'esperienza di Jacopo non rimane isolata. A Milano, nel 1493, Sebastiano da Pontremoli - già collaboratore di Ulrich Scinzenzeler, uno dei più celebri e fecondi stampatori della fine del '400 - tenta l'esperienza editoriale facendosi promotore presso lo stesso di un'opera sulla vita di Isocrate, uno dei primi esempi milanesi di stampa in caratteri greci. Fu un gesto di orgoglio, un atto di fede capace di lanciare la capitale lombarda nel grande circuito internazionale dell'editoria di cultura.
Ma altri ancora, rimasti ignoti alla storia, con ogni probabilità furono i seguaci che, dietro le quinte di sipari meno prestigiosi, si adoperarono nell'arte della stampa. Come, ad esempio, un certo Geronimo Galleri da Ca' di Loia (Mulazzo), che - a detta di un discendente - ai primi del '600 inizia un commercio di libri ad Oppenheim, dove pure contribuisce, nel 1618, alla realizzazione di un frontespizio a carattere mitologico per un'opera a stampa.
Tra i maggiori, infine - ma forse solo per la singolarità del cognome - si vorrebbe includere anche un non meglio identificato Michele da Bagnone (o Bagnono, come meglio vorrebbe l'italianizzazione di un termine in latino basso-medievale) che però è lucchese e che in Lucca stamperà nel 1482, con capilettera ripresi dalla pratica amanuense patavina, una gradevole Regola della Vita Spirituale di fra' Cherubino da Spoleto. Opera non grandiosa ma pregevole, se non altro perché assai rara, che merita comunque l'illustrazione che sotto si riporta.
Il seme inconsapevolmente gettato da Franchino da Culiano all'ombra del Campanone aveva dato buoni frutti e la piazza di Pontremoli dovette acquistare in breve tempo una certa notorietà come punto di vendita dei libri se già ai primi del '600 questi venivano regolarmente venduti in fiera ed alla fine del '500 l'ebreo parmense Erasmo Viotto - al quale si deve un prezioso testamento del 1611 che conferma l'attività commerciale libraria in Pontremoli 2 - vi impianterà una stamperia.
Tra i pochi di cui la storia ci lascia traccia, sappiamo che nell'ambito commerciale gli farà seguito un certo Gio. Paolo Roma - giunto a Pontremoli a metà '600 come fabbricante di spade - che nel 1653 riconverte la propria attività in venditore di libri, quinterni e registri per gli scolari e la pubblica amministrazione affiancando l'attività già esistente di Gasparo Armani, pur esso commerciante del genere. Il primo, sotto la loggia del comune, il secondo, in capo al ponte dei Seratti.
Più che mai c'è bisogno di carta e di stampatori.
Il '600 è il secolo in cui vedono per la prima volta la luce le grandi opere scientifiche, quelle di naturalisti, cartografi, astronomi, umanisti "in nuce", scienziati e matematici di vaglia. Come Aldrovandi, Bonet, Boyle, Blaw, Cartesio, Coronelli, Galileo, Gassendi, Grimaldi, Harvey, Huyfens, Keplero, Kircher, Leibniz, Napier, Newton, Papin, Pascal, Snell, Torricelli, Vesalio e Zacchia. Opere che si affiancano a quelle storiche, filosofiche e letterarie che nei tempi precedenti avevano monopolizzato il sapere e che ora fanno la nuova cultura e che gettano le basi per l'epoca dei Lumi.
E' un mercato che cresce a vista d'occhio, soprattutto in Italia, dove Venezia e Roma contendono la parte del leone alle altre grandi capitali europee. Ed è un mercato che s'insinua di prepotenza nelle biblioteche di nobili ed aspiranti tali. Il regesto bertocchiano di un "Libro delle confische" di fine seicento ci mostra una società pontremolese benestante sufficientemente erudita, attenta alla lettura dei classici piuttosto che degli scientifici, ma appassionata e desiderosa di sapere.
L'elemento trainante che permise ai bancarellai mulazzesi di espandersi nel mondo arriverà però almeno due secoli dopo e senza più alcun legame con gli stampatori dei tempi andati, quando il costo del libro sarà alla portata di un maggior numero di borse e il bisogno di sapere diverrà necessità e costume della nascente borghesia.
Ancora sullo scorcio del '500, un libro di larga diffusione in formato 32 x 22 cm. circa, con rilegatura ordinaria su piatti di cartone costava, a Pontremoli, 1 zecchino d'oro. E' quanto valeva l'Opera omnia di Giovanni Pico della Mirandola stampata a Basilea nel marzo del 1572 da Hericpetrina e che è conservata nella biblioteca del Seminario di Pontremoli: poco meno di 12 lire locali, ovvero la paga che un operaio riceveva per 10 giorni di lavoro, dall'alba al tramonto. Un importo, di per sé, non certo esorbitante ma concretamente al di fuori della portata della popolazione comune del tempo.
La tradizione attuale nasce circa duecento anni fa dalla genialità di alcuni emigranti stagionali, soprattutto montereggini e paranesi che, per fuggire da una condizione di estrema povertà in una realtà essenzialmente agricola, emigravano nel bresciano per defoliare i gelsi necessari all'industria della seta.
Come questi lavoratori stagionali si siano tasformati da pelatori di gelsi in venditori di libri è una metamorfosi lenta e graduale, un lungo processo di riconversione commerciale e culturale durato quasi un secolo.
Con abilità e preveggenza quegli esuli si accorsero ben presto che la crisi dell'industria della seta che si stava abbattendo sull'alta Lombardia non avrebbe più consentito loro alcun futuro. Ma in quei continui soggiorni avevano osservato che la fiorente fabbricazione di armi da taglio e di utensili per la campagna, tipica di quelle zone, necessitava di pietre da rasoio che là avevano un largo consumo. E i pelatori di gelso cominciarono a diventare garzoni dei venditori di pietra e, in seguito, venditori loro stessi.
Ma l'idea veramente geniale fu un'altra ancora. Per frequentare con profitto fiere e mercati portavano appresso il "Brianzino", un almanacco che riportava l'arrivo e la partenza dei corrieri, le date e i luoghi dei mercati e delle fiere della provincia di Brescia. I pelatori di gelso, diventati per l'occasione venditori di pietre da rasoio, non sapevano né leggere nè scrivere. Furono però abili nell'accorgersi che a coloro ai quali chiedevano la cortesia di leggere loro cosa ci fosse scritto su quell'almanacco, molto più interessava quel libricino che mostravano che non le pietre da rasoio che portavano nella gerla. L'intuizione fu immediata e dalle pietre ai libri il passo fu breve.
Come Franchino da Culiano aveva fatto a Pontremoli tre secoli prima così essi fecero nel bresciano due secoli dopo, cominciando a vendere almanacchi, calendari, libri religiosi e di avventure e, per non fare un viaggio inutile, partivano con i libri e tornavano con le pietre.
Con i cavalli di battaglia letterari del tempo nella gerla (I Reali di Francia, Il conte di Montecristo, Il Segretario galante, I Tre Moschettieri, Il visconte di Bragelonne, la Geografia del Balbi, la Storia d'Italia del Cantù, Il Gobbo di Parigi, La chiave della scienza, Margherita Pusterla, Marco Visconti, L'Orlando furioso, Bertoldo e Bertoldino, Il Libro del lotto, La Gerusalemme liberata, Giulietta e Romeo) quei venditori di pietre, spesso analfabeti e che riuscivano a malapena a distinguere un libro dall'altro dal colore della copertina, seppero dare origine ad intere dinastie di librai ed editori.
Partiti un giorno da quella che a ragione può chiamarsi la "valle dei librai", senza più patria e radici, hanno costruito altrove le loro fortune portando alto il nome della loro terra
Un po' come l'oggetto del loro commercio, un testimone silenzioso e discreto che senza patria e confini rimane l'unico vero cittadino del mondo.